La condotta dei genitori è la guida dei figli”, recita un noto proverbio.

Ne è passato di tempo da quando il genitore esercitava un potere sul figlio a cui corrispondeva uno stato di soggezione di quest’ultimo.

Si parlava di patria potestà o di potestà genitoriale, volendo attribuire al genitore–padre il ruolo di delegato dello Stato nella educazione dei figli.

Qualcuno, impropriamente, ancora utilizza questa locuzione, non curante del fatto che dalla concezione adultocentrica  si è passati ad una prospettiva che vede il minore non più soggetto ad un potere-dovere del genitore, ma titolare di diritti di cura, di mantenimento, istruzione ed educazione.

Con l’espressione responsabilità genitoriale si è voluto definitivamente eliminare quella connotazione di subordinazione che caratterizzava il rapporto genitori-figli.

Oggi si instaura un legame paritario con obblighi a carico dei genitori che non si interrompe con il raggiungimento della maggiore età dei figli.

La responsabilità genitoriale, infatti, permane fino al raggiungimento della piena autonomia economica dei figli.

Tale adeguamento lessicale scaturisce da indicazioni provenienti dal legislatore Sovranazionale Europeo (Regolamento CE n. 2201 del 2003 c.d. Bruxelles II-bis), sebbene non venga data una definizione vera e propria di responsabilità genitoriale.

Tuttavia, dottrina e giurisprudenza sono concordi nel considerarla come l’insieme dei doveri-diritti che l’ordinamento pone a carico dei genitori nell’interesse del figlio.

Non dobbiamo mai dimenticare che un bambino crescerà in modo equilibrato solamente se avrà l’apporto di cura di entrambi i genitori.

I genitori, invece, si potranno realizzare come tali solamente se eserciteranno la propria responsabilità genitoriale in modo pieno e corretto offrendo al proprio figlio, affetto, educazione ed insegnamenti.